Bechis: “Finanziamento ai partiti e cassintegrati Pd, due farse che paghiamo noi” Finanziamento ai partiti, è beffa: esce dalla porta e rientrerà dalla finestra Pd, in tre anni triplicati gli stipendi, ecco perché i soldi sono finiti

 

 

Bechis: “Finanziamento ai partiti e cassintegrati Pd, due farse che paghiamo noi”

Il vicedirettore di Libero spiega perché il provvedimento del governo e “l’allarme” lanciato dal tesoriere Misiani fanno acqua

I PARTITI E I SINDACATI VIVONO NON DI PANE PROPRIO MA GRAZIE A MILIONI DI EURO DI CONTRIBUTI PUBBLICI. QUESTI SOLDI VENGONO GESTITI SENZA REGOLE E SENZA TRASPARENZA.. LA PETIZIONE CHE HO LANCIATO PREVEDE INVECE UN CODICE ETICO CON NUOVE REGOLE.. SE VUOI ENTRA NEL LINK CHE SOTTO HO RIVERSATO PER VEDERE IL CONTENUTO DELLA PETIZIONE E SE LO TROVERAI AFFINE AI TUOI IDEALI LO PUOI CONDIVIDERE . PUOI ANCHE TRAMITE FACEBOOK A TUO NOME INFORMARE I TUOI AMICI ONLINE.. VEDI TU.

 

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STOP COL TRUCCO

Il taglio dei finanziamenti ai partiti è una

beffa che ci costa 300 milioni

Ai 230 milioni di fondi in vigore fino al 2016 vanno aggiunti

3 milioni per gli spot. Più l’affitto che diventa gratuito

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Finanziamenti ai partiti, stop che ci costerà 300 milioni

Enrico Letta

 

 

La grande ipocrisia è divenuta disegno di legge. Il consiglio dei ministri guidato daEnrico Letta ieri ha approvato un testo che scrive al suo primo articolo «È abolito il finanziamento pubblico dei partiti». Un’affermazione che già in sé è inutile, quando non falsa. Il finanziamento pubblico dei partiti è stato abolito da venti anni con un referendum, e in effetti non c’era più. Fino al 2012 era in vigore una legge per rimborsare a forfait le spese elettorali per le politiche, le europee e le regionali con un fisso che era arrivato a 182  milioni di euro l’anno. L’anno scorso, in mezzo a mille polemiche e con Beppe Grillo che stava già impazzando, i partiti hanno cambiato quella legge, dimezzandone la portata: 91 milioni di euro l’anno. Questa cifra era in gran parte (63,7 milioni di euro) il solito rimborso a forfait delle spese elettorali, e per 23,7 milioni una forma di “cofinanziamento” delle risorse private che i partiti sarebbero riusciti a racimolare: 0,50 euro pubblico ogni euro privato raccolto fino a quel tetto massimo. Una formula nuova, di cui sapremo poco o nulla perché di fatto non verrà applicata. Con la nuova legge voluta da Letta che pomposamente abolisce quello che formalmente non c’è, ai partiti andranno ora finanziamenti pubblici per la prima volta di  91 milioni nel 2013; 54,6 milioni  nel 2014; 45,5 milioni  nel 2015 e 36,4 milioni   nel 2016. Detto in poche parole: la legge che inizia con «è abolito il finanziamento pubblico» assicura per la prima volta dopo 20 anni un finanziamento pubblico e dichiarato ai partiti di 227,5 milioni di euro da oggi alla fine del 2016

A quei 227,5 milioni di euro se ne aggiungeranno altri sempre a carico delle finanze pubbliche. Una piccola cifra inserita nel disegno di legge:3 milioni di euro fra il 2014 e il 2016 per regalare ai partiti spot gratuiti da un minuto sulle reti Rai. E fanno già 230,5 milioni di finanziamento pubblico garantito. Poi sarà dato loro in ogni capoluogo di provincia ogni locale pubblico richiesto (prima era solo una facoltà) per «lo svolgimento delle attività politiche, nonché la tenuta di riunioni, assemblee e manifestazioni pubbliche» o gratuitamente o a «canoni di locazione tariffari agevolati».  Dunque, in ogni città ci sono italiani che perdono la casa e il lavoro e non sanno dove andare a dormire, spesso occupando le cantine delle case popolari. Prima che a loro ora si penserà ai partiti politici (a livello nazionale sono una decina almeno le sigle) che avranno diritto a locali assicurati in 118 città: quindi almeno 1.200 sedi trovate dallo Stato per loro. Un costo enorme, e non quantificato: ma sarà finanziamento pubblico pure questo, e a volere stare stretti vale almeno 6 milioni di euro l’anno (300 euro al mese per sede), 18 milioni da aggiungere, e fanno 248,5. 

Terzo finanziamento pubblico: quello a carico della fiscalità generale. E qui raggiungiamo le vette dell’ipocrisia. Con il ddl ogni persona fisica potrà detrarre il 52% (quindi a costo dello stato) per ogni finanziamento fra 50 e 5 mila euro annui e il 26% fra 5.001 e 20 mila euro annui. Non solo: con un tetto di 500 euro si potrà detrarre anche il 52% della spesa “per l’iscrizione a scuole o corsi di formazione politica promossi e organizzati dai partiti”. Le persone giuridiche – le società che finanziano i partiti – possono detrarre il 26% per importi compresi fra 50 e 100 mila euro. Quale è l’ipocrisia? Solo un anno fa gli stessi sostenitori del governo Letta di oggi si erano scandalizzati in Parlamento per la disparità di condizioni sulle detrazioni fra partiti (i cui contributi oggi sono detraibili al 24%) e Onlus (i cui contributi sono detraibili al 19%). E avevano stabilito di parificarli tutti e due dal 2014 al 26%. Ora i partiti raddoppiano il vantaggio (52%) tanto per dimostrare che sono più eguali degli altri. E in effetti uguali non sono: i partiti politici occupano lo Stato, le Onlus invece sostituiscono lo Stato quando non riesce più a farcela. Quanto vale questa somma? Cifre non ce ne sono nel ddl, ma se consideriamo i 23,7 milioni di euro l’anno previsti dalla legge in vigore come metà dei contributi privati (soprattutto di eletti e iscritti) ricevuti dai partiti, il costo per le finanze pubbliche  sarebbe di 14 milioni di euro l’anno. In tre anni siamo già a 290,5 milioni di euro di finanziamento pubblico ai partiti garantito dalla legge che abolisce il finanziamento pubblico: quasi 100 milioni di euro l’anno, più di quelli di oggi.

Oltre a quei fondi a partire dal 2014 (e dal 2017 in via esclusiva) ci saranno anche i contributi volontari dei cittadini, che potranno destinare ai partiti il 2 per mille della propria dichiarazione dei redditi annuale. Qui le cifre sono impossibili da prevedere. Il governo ieri è sembrato essersi inventato questo nuovo sistema. Invece è preso pari pari dalla legge n.2 del 1997, firmata da Romano Prodi: quella sul 4 per mille ai partiti. Il meccanismo è identico a quello di allora, che fu il più clamoroso flop della storia dei partiti: scelse il 4 per mille solo lo 0,5% dei contribuenti, e l’incasso fu di 2 milioni di euro. I partiti si anticiparono 55 milioni, avrebbero dovuto restituirne 53, e naturalmente non lo fecero. Cambiarono la legge, e si inventarono quella sui rimborsi elettorali. Perché fece flop? Banale: sarebbe stato incostituzionale potere scrivere nel 740 il partito a cui devolvere i soldi, perché il voto è segreto. E non si può nemmeno oggi. Ma chiedere a un elettore di Fratelli di Italia di dare i suoi soldi a Sel, è obiettivamente difficile. Sarà un flop al 100% e dopo avere dato 100 milioni di finanziamento pubblico all’anno ai partiti, dal 2017 ci si inventerà un nuovo modo per continuare a darli. 

Questa legge ipocrita e inutile per altro regala ai partiti locali e spot in Rai a patto che il governo (lo fa dettagliatamente nell’articolo 8) metta il naso in casa loro decidendo le regole della democrazia interna. Se non obbedisci, niente spot. Questo non solo è ingiusto, ma sicuramente anticostituzionale. E non vale la pena discuterne…

Franco Bechis


A caccia di soldi

Addio finanziamento: come faranno ora i partiti a guadagnare?

 

Finanziamento: addio: i partiti come faranno ora 
a guadagnare?
 
 
 

Il 2 per mille “tacito”: chi non specifica, darà soldi ai partiti

 
45%

Sarà diluvio di “statuti”

 
34%

Subaffitteranno le sedi “donate” dallo Stato

 
12%

Gonfieranno le bollette telefoniche

 
9%

 

 

Immagine di copertina

I PARTITI E I SINDACATI VIVONO NON DI PANE PROPRIO MA GRAZIE A MILIONI DI EURO DI CONTRIBUTI PUBBLICI. QUESTI SOLDI VENGONO GESTITI SENZA REGOLE E SENZA TRASPARENZA.. LA PETIZIONE CHE HO LANCIATO PREVEDE INVECE UN CODICE ETICO CON NUOVE REGOLE.. SE VUOI ENTRA NEL LINK CHE SOTTO HO RIVERSATO PER VEDERE IL CONTENUTO DELLA PETIZIONE E SE LO TROVERAI AFFINE AI TUOI IDEALI LO PUOI CONDIVIDERE . PUOI ANCHE TRAMITE FACEBOOK A TUO NOME INFORMARE I TUOI AMICI ONLINE.. VEDI TU.

 

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Finanziamento ai partiti,  
è beffa: esce dalla porta 
e rientrerà dalla finestra

Angelino Alfano ed Enrico Letta

 

 

Via libera del Consiglio dei ministri all’abolizione delfinanziamento pubblico dei partiti. E’ quanto si apprende da fonti ministeriali ed è lo stesso premier Enrico Letta, via twitter, ad annunciarlo. L’abolizione sarà graduale e spalmata nell’arco di 3 anni: il finanziamento sarà ridotto al 60% il primo anno, al 50% il secondo anno e al 40% al terzo anno, per poi essere abolito del tutto. Ma ci sono alcuni punti ancora oscuri.

Soldi dai privati, immobili dallo Stato – A riforma pienamente a regime, di fatto i partiti si potranno sostenere soltanto con le erogazioni volontarie dei privati (con detrazioni del 52% per gli importi fra i 50 e i 5.000 euro e del 26% per tutti gli altri fino a un massimo di 20mila euro) e la destinazione volontaria del 2 per mille, a partire dal 2016 e solo per quei partiti dotati di statutuo. Per tutti gli altri (il Movimento 5 Stelle, per esempio) niente sgravi fiscali. Lo Stato però non lascerà completamente soli i partiti: sarà conferita loro una concessione gratuita di sedi immobiliari, spazi tv e bollette telefoniche e servizi decisi dall’Agenzia del Demanio. E già i più maliziosi si affrettano a dubitare: non è che il 2 per mille funzionerà come l’8 per mille alle confessioni religiose, con redistribuzione a pioggia (ai partiti) in caso di mancata compilazione? Il rischio, poi, è che passando dal Parlamento per la ratifica il ddl possa venire modificato con qualche emendamento malandrino, facendo sì che lo stop al finanziamento pubblico uscito dalla porta rientri dalla finestra. 

Quagliariello: “Tetto di 61 milioni” – E’ il ministro delle RiformeGaetano Quagliariello a diradare qualche dubbio. Con il sistema del due per mille il contribuente avrà “due opzioni: dare i soldi allo Stato o al proprio partito. Per quel che riguarda l’inespresso, verrà ripartito secondo le opzioni date: se il 90% dice lo Stato, anche l’inespresso andrà allo Stato al 90 per cento”. “Non c’è una presunzione anti partitica, ma non vogliamo far rientrare dalla finestra quello che esce dalla porta”, ha sottolineato non a caso il ministro. Oscar Giannino, su Facebook, parla di farsa sottolineando come il 2 per mille sull’Irpef, nel 2012, si sarebbe aggirato intorno ai 320 milioni (sui 160 miliardi totali di gettito). Se i partiti potessero scegliere quanto darsi da questo tesoretto, alla fine incasserebbero molto di più che con il normale finanziamento pubblico, sospetta Giannino. Ma poco dopo è proprio Quagliariello a spiegare che, se tutti i contribuenti dessero delle opzioni, ci sarebbe comunque “un tetto massimo di 61 milioni“. “Quello che si risparmia – aggiunge poi il ministro – verrà messo in un fondo per diminure il debito pubblico“. La sostanza è questa: se il contribuente non indicherà la destinazione del suo due per mille, la sua quota verrà comunque versata in proporzione alla scelta di chi la preferenza l’ha espressa. Se il 90% di chi ha espresso una scelta ha deciso di devolvere il proprio due per mille ai partiti, il 90% dei due per mille di chi non ha espresso una scelta andrà ai partiti. Secondo il democratico Andrea Orlando, ministro dell’Ambiente, la quota di milioni che pioveranno sui partiti (o sullo stato) dovrebbe essere minima: “Saremo intorno ai 10/15“. Staremo a vedere, ma il dubbio è lecito.

“Grillo? L’abbiamo scavalcato” – Il leader del Movimento5 StelleBeppe Grillo ha già parlato di legge truffa, ma Quagliariello fa spallucce: “Ognuno è libero di protestare, chi lo fa vuol dire che non voleva togliere i fondi ai partiti. Di solito il Movimento 5 Stelle è più contro i partiti di chi è qui oggi, li abbiamo scavalcati”. E sulla questione dello statuto il ministro è chiaro: “Ogni partito si garantisce come vuole, la legge lascia massima libertà. Nessuno obbliga a darsi uno statuto, anche per un movimento nuovo che usa il web. E’ un minimo di regole di convivenza che c’è all’interno di qualsiasi tipo di comunità organizzata. Se vuole partecipare a un consesso democratico è una valutazione che liberamente il Movimento 5 Stelle potrà fare”.

Cicchitto: “Da un estremo all’altro” – “In attesa di conoscere il testo del Cdm non posso fare a meno di confermare quello che ho già detto. Si passa da un estremo all’altro – è il commento amaro diFabrizio Cicchitto, storico esponente Pdl e presidente della Commissione Affari esteri alla Camera -. Da un eccesso di finanziamento pubblico alla sua sostanziale abolizione che a mio avviso avrà solo effetti negativi. Mi auguro anche che il finanziamento dei privati non dia luogo a nuove iniziative giudiziarie come è già avvenuto in alcuni casi, Puglia docet“. 

di Claudio Brigliador

Pd, in tre anni triplicati gli stipendi, ecco perché i soldi sono finiti

I democratici hanno speso per le buste paga del partito 3 milioni nel 2008 e 9,5 milioni nel 2011. Ora i conto complessivo è di 12 milioni per il personale. Crack in arrivo

Il Pd mette in cassa integrazione ma da 3 anni ci prende in giro:  
triplicati gli stipendi ai dipendenti

Guglielmo Epifani

 

 

In largo del Nazareno sono con la calcolatrice in mano. Dopo l’annuncio del decreto del governo che elimina il finanziamento pubblico ai partiti nell’arco di tre anni, in casa Pd scoppia il panico. E’ finito il tempo delle vacche grasse. Già ieri il tesoriere democratico Antonio Misiani aveva parlato di probabili ridimensionamenti e di esuberi per 180 dipendenti: “La situazione non è drammatica ma certo con la nuova legge sul finanziamento ai partiti in discussione non c’è alcuna garanzia di evitare una riduzione delle entrate. E quindi sarà inevitabile un ridimensionamento dei costi strutturali e anche di costi del personale”. Ma oggi il tesoriere torna a parlare ed è facile intuire come il Pd si trovi in brutte acque e con le casse vuote. 

Stipendi faraonici – Il conto è presto fatto: per il Partito democratico la voce di spesa cresciuta maggiormente negli anni è quella relativa al monte stipendi: dai 3 milioni del 2008 ai 9,5 del 2011. Un’impennata che ha portato le uscite complessive per il personale da 4 a 12,8 milioni di euro. Gli stipendi in pratica sono triplicati nell’arco di tre anni. “Questo fenomeno dipende dal fatto che nel 2008 i dipendenti erano stati inseriti a metà anno, a luglio», ha spiegato Misiani aLettera43.it. “Eravamo partiti con 150 dipendenti ma poi, nel 2010, abbiamo dovuto assorbirne altri 50“. Dal 2008 al 2011 il Pd ha ricevuto oltre 200 milioni di euro in rimborsi elettorali: 37 nel 2008, 46 nel 2009, 60 nel 2010 e 58 nel 2011. Questi soldi secondo il tesoriere sono finiti tutti. Servivano per la campagna elettorale: “Li abbiamo usati per fare politica e campagna elettorale, non per tenerli conservati, sebbene il bilancio 2012 sarà in passivo, nel 2010 e nel 2011 si è chiuso in positivo”. Insomma il Pd cicala con stipendi faraonici e assunzioni per tutti i “compagni” è finito. Ora bisogna tagliare. Il dossier di Renzi, non era poi così tanto “una bufala”. (I.S)


HI AIUTERÀ UN POLITICO GODRÀ DI UN TRATTAMENTO PIÙ FAVOREVOLE

Più vantaggi che per la lotta al cancro 
Gli errori di una scelta insufficiente

Dare 20 mila euro in beneficenza consente di detrarre al massimo 542 euro; a un partito 6.500

 

Voto in Senato (Eidon)Voto in Senato (Eidon)

ROMA – Chiamatela come meglio credete. Ma non con il nome sbagliato: abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Perché inseguire Beppe Grillo è un conto; raggiungerlo, un altro. I soldi dei contribuenti, e tanti, arrivano alla politica attraverso mille rivoli, moltiplicatisi negli anni come organismi dotati di vita propria. E questa legge non li chiude affatto tutti. Alcuni li allarga persino. Gli sgravi fiscali non sono forse una forma di finanziamento pubblico, sia pure indiretto? Si tratta di denari che lo Stato non incassa consentendo ai partiti di avere donazioni da imprese o privati cittadini. Dunque è come se quei soldi lo Stato li desse alla politica.

 

FAVOREVOLE – Con un trattamento, per chi decide di aiutare economicamente un partito o un politico, dodici volte più favorevole rispetto a quello cui ha diritto il sostenitore di un’opera benefica. Perché mentre il singolo cittadino che finanzia un’associazione impegnata nella lotta contro una malattia rara può detrarre dalle tasse il 26 per cento del contributo solo fino a un tetto di 2.065 euro, qui parliamo della possibilità di risparmiare il 52 per cento fino a 5 mila euro e il 26 per cento fino a ben 20 mila. La matematica, com’è noto, non è un’opinione. Dare 20 mila euro in beneficenza consente di detrarre al massimo 542 euro, regalare la stessa cifra a un partito ne fa invece risparmiare 6.500. Vero che il vantaggio fiscale per chi finanzia la politica, ancora lo scorso anno, quando la detrazione era sì al 19 per cento ma con un tetto di 103 mila euro, era addirittura più che quadruplo. Ma anche così ci sarebbe da chiedersi se sia giusto privilegiare fiscalmente i partiti più delle organizzazioni che aiutano il prossimo.

SGRAVI – Altra domanda: siamo sicuri che una volta imboccata questa strada non si debba stabilire indipendentemente dagli sgravi anche un tetto massimo di contribuzione oltre il quale un solo privato o una singola impresa non possa andare, per impedire i condizionamenti da parte di determinati interessi? Magari fissando pure il principio adottato dalla Germania che impone la pubblicazione immediata via web dei contributi superiori a 50 mila euro. Vedremo.

RIMBORSI – Intanto prendiamo atto della decisione di rinunciare sia pure gradualmente in tre anni a quello che era rimasto dei ricchi «rimborsi» elettorali: una droga pesante che aveva gonfiato gli apparati di personale trasformando i partiti in macchine per ingoiare denaro. Ed era chiaro che l’unico modo per tamponare il taglio del finanziamento diretto sarebbe stato quello di agire sul finanziamento indiretto. Anche se questo, oltre a farci risparmiare un po’ di quattrini non potrà scongiurare una salutare cura dimagrante.

2 PER MILLE – Finanziamento indiretto è pure il 2 per mille delle tasse: altre entrate cui lo Stato rinuncia a favore della politica. Sempre che ci si possa fare affidamento, visti i precedenti. Negli anni Novanta si provò con il 4 per mille. All’inizio fu corrisposto ai partiti un anticipo di 160 miliardi di lire, con l’impegno a conguagliare quella cifra, in più o in meno, quando il ministero delle Finanze avesse fatto i calcoli dei denari effettivamente destinati dai contribuenti alla politica. Peccato che il conto non sia mai stato reso noto. Elementare la ragione: i partiti avrebbero dovuto restituire tanti denari che avevano già speso. La legge del 4 per mille finì in soffitta e si cominciarono a gonfiare in un modo indecente i «rimborsi». A quanto ammonterà questo finanziamento indiretto è difficile dire. Il 2 per mille è una incognita assoluta. Mentre gli sgravi fiscali erano finora stimabili in una decina di milioni l’anno, somma adesso inevitabilmente destinata a crescere.

ESENZIONI – Poi però ci sono gli altri rivoli. L’esenzione dell’Imu per le sedi politiche, per dirne una. I contributi pubblici alla stampa di partito, circa un miliardo di euro dal 1990 a oggi. Oppure le agevolazioni postali per il materiale elettorale, una disposizione introdotta con la legge che ha fatto seguito al referendum del 1993, che si somma curiosamente ai rimborsi delle spese elettorali. Per dare un’idea delle dimensioni di questo rivolo, i 9 milioni di lettere spedite agli italiani da Silvio Berlusconi con la promessa di restituire l’Imu potrebbero essere costate allo Stato 2 milioni 160 mila euro di francobolli. Ovviamente oltre ai famosi «rimborsi». 

CONTRIBUTI REGIONALI – Ma è niente al confronto del torrente più grosso che continuerà certo ad alimentare il finanziamento pubblico. Stavolta non più indiretto: denaro sonante. Sono i contributi ai gruppi parlamentari e dei Consigli regionali. Quanti soldi? Anche qui non è facile dirlo, ma si parla sempre di un centinaio di milioni l’anno, pur dopo il giro di vite imposto in varie Regioni. Nel solo Lazio dello scandalo Batman si distribuivano ai gruppi 14 milioni l’anno. I contributi ai gruppi di Camera e Senato spuntano nella legge sul finanziamento pubblico approvata nel 1974 da tutti i partiti (tranne i liberali) durante la bufera dello scandalo petroli. E sono proprio quelli che il referendum radicale del 1993 aveva abrogato. In barba al voto di 34 milioni di italiani sono stati invece mantenuti: non più per legge, bensì per autonoma iniziativa del Parlamento. La loro abolizione non è mai stata all’ordine del giorno. 

MAI MORTO – Il finanziamento pubblico dunque non è morto, a dispetto dell’epitaffio scolpito venerdì dal governo di Enrico Letta. Chi credeva davvero che alla politica non sarebbe più arrivato un euro statale si metta l’anima in pace. Pur eliminando l’autentico sconcio dei «rimborsi» elettorali l’Italia non diventerà come la Svizzera: unico Paese europeo dove non sono previsti sotto alcuna forma contributi per i partiti. Va detto chiaramente che i rubinetti pubblici resteranno aperti, pur assumendo in qualche caso forme più evolute e moderne. Una di queste è il libero accesso a spazi pubblicitari sulle reti televisive, o l’erogazione gratuita di alcuni servizi, come accade in Svezia. 
E se è fondamentale il vincolo della massima trasparenza per ottenere i benefici fiscali, ancora di più lo è l’obbligo di dotarsi di «requisiti minimi idonei a garantire la democrazia interna».

FORMA GIURIDICA – Il che tira in ballo la legge sulla forma giuridica dei partiti con la quale si dovrebbe attuare l’articolo 49 della Costituzione, mai riempito di contenuti da ben 65 anni. Un anno fa quel provvedimento, per quanto lacunoso, sembrava in dirittura d’arrivo. Poi è rimasto nei cassetti di Montecitorio. Ma ogni riforma del finanziamento della politica non può risultare credibile, senza le regole che dicano che cosa sono i partiti, quali sono i loro obiettivi, come devono essere organizzati. Vanno scritte subito, avendo tuttavia sempre presente che è soltanto un primo passo. Al punto in cui si è arrivati, per provare a riconciliarsi con gli italiani i partiti devono fare ben altro: a cominciare da una legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere. Quella che ora improvvisamente non è più urgente per nessuno.


Bechis: “Finanziamento ai partiti e cassintegrati Pd, due farse che paghiamo noi” Finanziamento ai partiti, è beffa: esce dalla porta e rientrerà dalla finestra Pd, in tre anni triplicati gli stipendi, ecco perché i soldi sono finitiultima modifica: 2013-05-31T19:10:00+00:00da mobbing21
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