L’addio ai ricchi bilanci di Di Pietro In gioco un tesoretto di 16 milioni Stop ai rimborsi e sedi chiuse In un anno patrimonio dimezzato

  I rimborsi ai partiti esistono ancora, anche se Enrico Letta vuole tagliare e controllare. Non vi preoccupate: a luglio sarà staccato il primo assegno per la prima rata a chi l’ha chiesto: tutti, tranne il Movimento Cinque Stelle. La torta di 91 milioni – tra spese per la campagna elettorale e finanziamenti ai gruppi – sarà divisa per porzioni più grosse.

 

E noi votiamo e ci facciamo governare da questi partiti falliti.. che oltre a non aver bilanci pubblici trasparenti.. non sono capaci di gestire milioni di euro..pubblici e privati.. essendo i partiti equiparabili ad aziende decotte.
Il taglio dei finanziamenti ai partiti è una
beffa che ci costa 300 milioni
Ai 230 milioni di fondi in vigore fino al 2016 vanno aggiunti
3 milioni per gli spot. Più l’affitto che diventa gratuito
Gabriele Cervi
Blogger senza scopo di lucro

  

  

PER VEDERE ED EVENTUALMENTE PERFIRMARE LA PETIZIONE DIGITA QUI-  PETIZIONE AL PARLAMENTO ITALIANO 

 L’addio ai ricchi bilanci di Di Pietro 

In gioco un tesoretto di 16 milioni

Stop ai rimborsi e sedi chiuse In un anno patrimonio dimezzato

ROMA – Per Antonio Di Pietro sono settimane di fuoco. Prima, appena addolcita dall’elezione di suo figlio Cristiano nel consiglio regionale del Molise, la batosta elettorale. Un danno incalcolabile anche dal punto di vista economico, al quale si è aggiunta pure la beffa. Quale beffa? Che mentre la sua stella tramontava fra scontri e veleni interni al partito, saliva prepotentemente quella di Beppe Grillo: del quale, ai tempi che furono, aveva condiviso il sodalizio con il fornitore di servizi informatici Gianroberto Casaleggio. 

Poi, subito dopo la mazzata, la dolorosa prospettiva di una notte dei lunghi coltelli nell’Italia dei valori. «Fallimento dell’Idv, scatta la resa dei conti», titolava venerdì il Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi. E va bene che il quotidiano di proprietà del fratello del Cavaliere non è mai stato tenero con l’ex pm di Mani Pulite. Ma la cosa sembra davvero seria, visti gli stracci che stanno volando da un po’ di tempo nel partito. 
Fra i tanti aspetti che presenta questa vicenda ce n’è uno, tuttavia, che rischia di avere strascichi maleodoranti. Come purtroppo accade in ogni famiglia i cui componenti decidono di separarsi. Parliamo dei soldi. 

Perché nonostante i tagli, il partito fondato da Tonino Di Pietro ha ancora in pancia un bel tesoretto: almeno a giudicare dal bilancio del 2012, che è stato già pubblicato, con sorprendente efficienza e solerzia. Al 31 dicembre del 2012 il patrimonio netto era di 16 milioni 604.830 euro. Certo, rispetto a un anno prima, quando toccava 35 milioni 763.265 euro si era ridotto di oltre la metà: per colpa soprattutto della rinuncia all’ultima tranche dei ricchissimi rimborsi elettorali relativi alle elezioni politiche del 2008. In ogni caso, però, una cifra ancora consistente e soprattutto ben investita. E non per i 4 milioni 451 mila euro depositati in banca, anche qui meno della metà rispetto al 2011 (più di 9 milioni). Soprattutto, per gli 8 milioni di investimenti finanziari, fra cui i 7,3 milioni di titoli della Eurizon Capital, società di gestione del risparmio che fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo. Rendimento totale: 285.603 euro. Che su 8 milioni tondi fa il 3,56 per cento netto. Un risultato coi fiocchi, di questi tempi. Anche in confronto ai Buoni del Tesoro. A proposito, «È fatto divieto ai partiti di investire la propria liquidità derivante dalla disponibilità di risorse pubbliche in investimenti finanziari diversi dai titoli emessi da Stati membri dell’Unione Europea»: non dice così l’articolo 9 della legge 96 del 2012, quella che a luglio ha dimezzato i rimborsi elettorali e ha comportato la famosa rinuncia all’ultima tranche delle elezioni 2008?
Si tratta con ogni probabilità di investimenti precedenti a quella legge, visto che già nel bilancio del 2010 figuravano titoli Eurizon Capital Sgr per 3 milioni 983.284 euro. Ma è un fatto che nei conti al 31 dicembre 2012 risultavano raddoppiati in confronto a due anni prima. 

Va detto che il bilancio dello scorso anno non fotografa esattamente la situazione attuale. Non dice, per esempio, quanto l’Italia dei valori abbia speso (e incassato) per l’ultima sventurata campagna elettorale, ma fa chiaramente capire che dopo il taglio del finanziamento pubblico l’aria è cambiata. E sarebbe cambiata, eccome, anche se Di Pietro e i suoi non fossero stati trombati. Un segnale inequivocabile, la risoluzione anticipata dei contratti d’affitto della sede di Milano, di quella di Bergamo, e di uno dei due appartamenti della sede nazionale di Roma. Altri tempi, rispetto a quando la sede del partito, come ha raccontato recentemente Libero , era in un immobile di proprietà della società di Di Pietro, la An.To.Cri. Un appartamento, ha ricordato questo quotidiano mai particolarmente generoso con l’ex magistrato, acquistato poi un giorno dalla Immobiliare estate due, una srl riconducibile al senatore di un partito, il Popolo della libertà di Berlusconi, che più lontano dal leader dell’Idv non avrebbe potuto essere. Il suo nome, Riccardo Conti: assunto a improvvisa notorietà un anno fa quando La7 ha rivelato che nell’arco di una stessa giornata aveva acquistato un palazzo a Roma per 26,5 milioni di euro rivendendolo in poche ore all’Ente di previdenza degli psicologi per 44. E tracce di quel rapporto fra Di Pietro e il senatore del Pdl esistono ancora nel bilancio della An.To.Cri., dove figura un credito di 2.598 euro verso la Immobilare estate due.

Altri tempi anche rispetto al 2001, quando l’ex pm era rimasto, esattamente come ora, fuori dal Parlamento: il suo partito non aveva superato la soglia di sbarramento. Senza seggi e senza denari. Finché arrivò, qualche mese dopo, la provvidenziale leggina che oltre a moltiplicare l’importo dei rimborsi elettorali ne consentiva l’erogazione anche ai partiti che pur non avendo superato il 4 per cento necessario ad avere posti in Parlamento nella quota proporzionale, avessero comunque raccolto almeno l’un per cento dei suffragi. Dissero che serviva a far avere i soldi al Ccd, che pur essendo entrato in Parlamento insieme alla coalizione guidata da Berlusconi non aveva raggiunto la fatidica soglia del 4 per cento. L’effetto collaterale, comunque, fu che pure il partito fondato da Tonino ebbe accesso ai finanziamenti pubblici. Insieme ad altre formazioni minori, come per esempio i Comunisti italiani. La leggina venne astutamente approvata a tempo di record negli ultimi giorni di luglio perché entrasse in vigore 48 ore prima del 31 di quel mese: la scadenza prevista per il pagamento dei contributi, che vennero quindi prontamente versati anche nelle casse dell’Italia dei valori.

Inutile sperare adesso in una eventualità del genere. Di Pietro potrà contare ancora su una manciata di rimborsi per le elezioni europee e regionali: nel bilancio 2012 sono contabilizzati crediti per 4 milioni. Spiccioli, confrontati alla valanga di denaro cui tutti si erano abituati. Poi più niente, a meno di qualche miracolo. Si consolino: il denaro non è tutto. È così che si dice, no?

 

Immobili, debiti e liti per i soldi 

I «pesanti» bilanci della politica

Tra cifre astronomiche, fideuissioni personali e indebitamenti Gli enormi patrimoni dei partiti «scomparsi»

 

 

Via delle Botteghe Oscure, storica sede del Pci Via delle Botteghe Oscure, storica sede del Pci

ROMA – L’aveva scritto, il commissario di Forza Italia Sandro Bondi, che sarebbe stato il disastro. Messo bene in chiaro, nell’ultimo bilancio. Il taglio dei contributi elettorali avrebbe avuto effetti pesantissimi sui conti di quel partito ormai defunto, che già non erano brillantissimi, anche per via dei 55 milioni di debiti bancari in bilancio a fine 2011: con la certezza di vederli crescere ancora, a causa della rinuncia all’ultima tranche dei rimborsi elettorali imposta con la legge del luglio dello scorso anno. Un passaggio che il tesoriere del Popolo della Libertà Rocco Crimi non aveva esitato a definire «traumatico», confessando che quei soldi il suo partito li aveva già spesi, dopo aver ceduto alle banche crediti verso lo Stato per almeno 20 milioni che però non avrebbe più potuto riscuotere. Soprattutto considerando i costi delle campagne elettorali, che nel 2011, anche se ridotti di 11 milioni rispetto al 2010, non erano comunque scesi sotto i 14 milioni e mezzo. E le spese per mantenere 92 sedi: 4 milioni 340 mila euro soltanto per quelle di via dell’Umiltà e di palazzo Grazioli, a Roma, dov’è la residenza privata di Silvio Berlusconi. Nonché 117 coordinatori e 84 dipendenti, dei quali 34 assunti a tempo indeterminato, in un solo colpo, da Forza Italia.

 

Un conto astronomico, che i 32 milioni l’anno di «rimborsi» elettorali coprivano per neppure due terzi. Né la precaria situazione finanziaria impietosiva gli eletti del partito. Tenuti a dare ciascuno un contributo, il 34 per cento dei parlamentari risultava in ritardo con i pagamenti, il 21 per cento non aveva mai, ma proprio mai, messo mano al portafoglio. Totale degli arretrati, compresi i consiglieri regionali: 4 milioni 646 mila euro. Bondi e Crimi non potevano sapere che Silvio Berlusconi avrebbe ben presto affiancato Beppe Grillo nell’invocare l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Proprio lui, il capo del movimento politico che fra tutti, dall’inizio del secolo, aveva ingoiato la maggiore quantità di denaro pubblico. Senza riuscire a saziarsi. Così da dover colmare il fabbisogno di Forza Italia con i debiti, garantiti da una fideiussione personale del Cavaliere per ben 174 milioni.

Ma non tutti hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Anche perché di denari statali ne arrivavano in tale quantità da non riuscire nemmeno a spenderli tutti. Dal 1974 a oggi il finanziamento pubblico ha fatto piovere nelle casse dei partiti, sotto varie forme, non meno di 10 miliardi di euro attuali. Tanti soldi non potevano che drogare il sistema, da destra a sinistra: provocando casi di pericolosa assuefazione con progressivo e inesorabile distacco dalla realtà. La Margherita, partito estinto quattro anni prima, aveva ancora a fine 2011 sei dipendenti e 19,8 milioni liquidi in banca più 371.743 euro investiti in una gestione patrimoniale Ras. Il tutto, dopo che 22 milioni erano già spariti nella vicenda che ha coinvolto l’ex tesoriere Luigi Lusi. Basterebbero questi numeri a spiegare perché nel 2007, quando è venuto alla luce il Partito democratico, i suoi genitori abbiano scelto il regime della separazione dei beni.

Ma per chi non fosse ancora convinto del peso determinante che hanno avuto i quattrini nel contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata fra Ds e Margherita, valga la storia della sede centrale del partito, in via delle Fratte a Roma. L’immobile è di proprietà della Fondazione collegio Nazareno, che l’ha affittato per 652.933 euro l’anno alla Margherita, da cui il Pd lo subaffitta pagando però 1.292.339 euro. I soldi, tanto, sono dei contribuenti. Non basta. Il Pd ha pure dovuto versare al partito morto, che l’ha fondato, una cauzione di 207 mila euro oltre a prestare una fideiussione di 414 mila euro con la Banca popolare di Milano. Per la serie: fidarsi è bene, non fidarsi è pure meglio.

I Democratici di sinistra, del resto, hanno ugualmente accettato di buon grado l’idea di non fare cassa comune. Ma gli eredi del Partito comunista possedevano qualcosa in più dei “rimborsi” elettorali: 2.399 immobili, gran parte dei quali sono sedi del Pd ma ci sono pure uffici e locali commerciali, la cui proprietà è stata blindata dal tesoriere del partito Ugo Sposetti in oltre 50 fondazioni costituite dalle federazioni locali. A differenza della Margherita, priva di esposizione bancaria, i Ds avevano poi debiti per 150 milioni, dei quali 101 risalenti alla vecchia gestione del quotidiano l’Unità che il partito aveva deciso di accollarsi. Ma con un paracadute già pronto, rappresentato dalla garanzia dello Stato prontamente introdotta con un’apposita leggina.

Che basti questo a giustificare un contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata, non si può dire. Viene soprattutto da domandarsi se la storia del Pd sarebbe stata la stessa nel caso in cui fosse andata in porto una comunione dei beni che nessuno voleva. È certo però che lo schema si è ripetuto, identico, a destra. Dove c’era, anche lì, un partito con un bel patrimonio: tenuto accuratamente, fra le polemiche e le carte bollate, ben lontano dagli sposi dell’epoca, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Si tratta degli immobili di Alleanza nazionale, ereditati dal Movimento sociale italiano, frutto il larga misura, al pari delle proprietà dei Ds, di donazioni e lasciti di militanti e simpatizzanti nel corso degli anni. Il famoso appartamento di Montecarlo venduto per 300 mila euro e nel quale si è scoperto che alloggiava il fratello della compagna di Fini, per esempio. Ma anche la prestigiosa sede di Roma, in via della Scrofa.

Il partito è finito in liquidazione pieno zeppo di soldi dei rimborsi elettorali. Nel 2010, pur essendo già deceduto da ben tre anni aveva in cassa disponibilità liquide, tenetevi forte, per 74 milioni 644.996 euro. Somma che un anno dopo si era ridotta a 11 milioni 876.217 euro. Nel frattempo il 14 dicembre 2011 tutto il patrimonio di An, costituito dalle tre società immobiliari Nuova Mancini, Italimmobili e Venezia estuario, dagli stabili romani di via Paisiello e via Fratelli Bandiera, più arredi e automezzi vari è finito in una Fondazione. I proprietari? Presidente è l’ex senatore di An Franco Mugnai, e nel comitato esecutivo insieme all’amministratore Donato Lamorte compaiono colonnelli del vecchio partito quali Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno, Altero Matteoli e Ignazio La Russa, ora a capo di Fratelli d’Italia. Valore dei beni trasferiti: 61 milioni. Valore di libro, ovviamente. Il che significa che va moltiplicato per svariate volte. Trecento milioni? Quattrocento? Cinquecento? Comunque un’enormità. Blindata.

Inevitabile che su questa vicenda volassero gli stracci fra le gerarchie presenti e passate del fu Movimento sociale. Ma se c’è qualcosa su cui i nostri politici riescono a litigare con maggiore impegno rispetto alle ben più importanti questioni di linea politica, sono proprio i denari. Dopo la puntata di Report di Milena Gabanelli che ha raccontato il turbinio di proprietà immobiliari intorno ad Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori ha rischiato di andare in pezzi. Risultato è che in parlamento adesso non c’è nemmeno un dipietrista. E di rimborsi elettorali, che comunque dovrebbero cessare del tutto fra quattro anni, neanche l’ombra. Non resta che tirare la cinghia, dopo anni di vacche grasse che hanno lasciato il segno. Alla fine del 2012 l’Italia dei Valori poteva pur sempre contare su un patrimonio netto di 16,6 milioni: 4,4 milioni in banca e 8 milioni investiti in prodotti finanziari fra cui i 7,3 alla Eurizon capital, società di gestione del risparmio del gruppo Intesa San Paolo. Rendono il 3,56 per cento netto.

Di sicuro non come certi investimenti fatti dal precedente tesoriere della Lega Francesco Belsito, che aveva spedito quattrini in Tanzania o a Cipro e acquistava diamanti e lingotti d’oro. Bei tempi, ma irripetibili. Perché adesso è vietato per legge. Ai partiti è concesso investire unicamente in titoli di Stato dei Paesi dell’Unione europea. E i fondi al Carroccio non mancano proprio. Al 31 dicembre 2011 aveva 12,8 milioni in banca e ben 20,3 milioni investiti in titoli, pronti contro termine e certificati di deposito. Per non parlare del patrimonio immobiliare, iscritto a bilancio per 8,3 milioni, e dei sette milioni e mezzo di partecipazioni azionarie. Ma nessuna voce poteva sorprendere più del valore degli automezzi di un partito che contava un anno fa 72 dipendenti: un milione 241.307 euro. Con quei soldi, Beppe Grillo avrebbe finanziato sei campagne elettorali come quella che ha portato il Movimento 5 Stelle oltre il 25 per cento…

 

 

LE INDAGINI ECCO LE DELIBERE DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA LAZIALE

Così i partiti decidevano come dividersi i soldi

Anche Pd e Idv d’accordo per passare da 1 a 14 milioni

ROMA – Le erogazioni ai gruppi politici della Regione Lazio sono lievitate senza che fosse fornita alcuna giustificazione specifica. Le decisioni dell’ufficio di presidenza, poi ratificate dal consiglio regionale – che hanno consentito di passare da un milione di stanziamento ratificato il 26 gennaio 2010 (la giunta all’epoca è guidata dal centrosinistra) ai 14 milioni dell’8 novembre 2011 – sono sempre state motivate con una generica esigenza di denaro. E adesso pure su questo si stanno effettuando controlli. La legge prevede infatti che si specifichino i motivi delle variazioni di bilancio, soprattutto se i fondi devono essere sottratti ad altre «voci». Nonostante la norma fissi criteri precisi per la gestione dei soldi pubblici, le delibere che determinavano i nuovi stanziamenti sono sempre passate all’unanimità, vale a dire con il consenso di maggioranza e opposizione. «Il presidente Mario Abbruzzese decideva d’accordo con il segretario generale Nazzareno Cecinelli e tutti votavano senza effettuare alcuna obiezione o verifica», ha raccontato durante il suo interrogatorio della scorsa settimana l’ex capogruppo Franco Fiorito, ora indagato per peculato. A dimostrarlo ci sono adesso le copie degli atti acquisiti la scorsa settimana nella sede della Pisana dagli uomini del Nucleo Valutario per ordine dei magistrati.

IL VOTO ALL’UNANIMITA’ – Il primo provvedimento preso dopo l’elezione della nuova giunta guidata da Renata Polverini risale al 14 dicembre 2010. Il denaro messo a disposizione dei partiti viene aumentato fino a 5,5 milioni di euro. Il 10 febbraio 2011 l’ufficio di presidenza decide all’unanimità che quello stanziamento è congruo. Cecinelli «vista» la pratica. Sono presenti Abbruzzese, il vicepresidente Raffaele D’Ambrosio dell’Udc, e i consiglieri Gianfranco Gatti della lista Polverini, Isabella Rauti del Pdl, Claudio Bucci dell’Idv. Ma due mesi dopo, il 4 aprile, arriva una nota firmata dal funzionario Maurizio Stracuzzi che segnala come «la disponibilità attuale del capitolo 5 non consente, nei prossimi mesi, di soddisfare le obbligazioni». Non viene effettuata alcuna verifica ulteriore visto che in appena 24 ore si riunisce l’ufficio di presidenza e si determina uno stanziamento aggiuntivo di 3 milioni di euro. La composizione è identica a quella della precedente riunione. E anche questa volta tutti sono d’accordo. Il 19 luglio 2011 si segue la solita procedura. A cambiare è solo la «formazione» dell’ufficio di presidenza. Assente D’Ambrosio, è presente l’altro vicepresidente: Bruno Astorre del Pd. Ma il risultato è identico. Anche questa volta la «segnalazione» che le casse sono vuote arriva da Stracuzzi. È stato lui, cinque giorni prima dell’incontro, a sottolineare la necessità di disporre di altri 3 milioni. Detto, fatto. Grazie alla sintonia che regna nell’ufficio di presidenza tutti i gruppi avranno i soldi in più.

GLI STANZIAMENTI PRENATALIZI – Si arriva così al 2 novembre 2011. Stracuzzi usa la stessa formula generica per chiedere altri 2,5 milioni di euro. L’organismo guidato da Abbruzzese procede, senza sollecitare chiarimenti, sei giorni dopo. Nella delibera numero 86 dell’8 novembre 2011 ci si limita a scrivere di «dover procedere per stanziamento da legge di bilancio di previsione esercizio 2011 non sufficiente come dimostra la lettera dell’ufficio preposto». Anche questa volta non c’è D’Ambrosio e manca pure Rauti. A ratificare la decisione ci pensano gli altri rappresentanti che votano per conto di Pdl, Pd, Udc e Idv. Nelle casse dei gruppi arrivano dunque ulteriori fondi e proprio in quel periodo Fiorito comincia a disporre bonifici senza specificare nelle distinte il nome del destinatario e la causale. Una girandola di accrediti che alla fine supera il milione e mezzo di euro. Parte dei soldi è certamente finita nelle sue tasche. Ma il resto? Era stato l’avvocato Carlo Taormina a sollecitare verifiche sulle procedure adottate dall’ufficio di presidenza «perché è in quella sede che si decide la destinazione dei fondi pubblici e dunque, in caso di irregolarità, si commette peculato». Ora anche la Corte dei Conti sta verificando se le procedure seguite nella distribuzione del denaro siano regolari o se le scelte effettuate nel corso degli ultimi due anni abbiano causato danni all’Erario.

Di Pietro jr esce dal gruppo Idv:
800 euro in più al mese

Il figlio del fondatore finisce nel «misto» in consiglio regionale. E aumenta la busta paga

 

 

Antonio Di Pietro con il figlio Cristiano (Ansa)Antonio Di Pietro con il figlio Cristiano (Ansa)

ROMA – «Bisogna fare di più», incitava Antonio Di Pietro dal proprio blog il 30 settembre dello scorso anno. Erano i giorni in cui il governo tecnico preparava il giro di vite sui politici locali, imponendo tagli ai finanziamenti e controlli della Corte dei conti sui bilanci dei gruppi dei consigli regionali per evitare il ripetersi di scandali come quelli che stavano esplodendo in tutta Italia, a partire dal Lazio. La vicenda di Franco Fiorito, alias il Batman di Anagni, ricordate? E avendo spronato Mario Monti ad affondare il bisturi con ancora maggior decisione, una volta appreso del coinvolgimento del capogruppo dell’Italia dei Valori Antonio Maruccio nella vergognosa vicenda laziale, tuonava «Non ci possono essere sconti per nessuno!». 

 

Quale sarà ora la reazione dopo la notizia arrivata dalla sua terra, il Molise? Perché i magistrati della Corte dei conti, cui spetta da qualche mese il compito di passare al setaccio i bilanci dei gruppi del Consiglio regionale, hanno debuttato bersagliando proprio quello dell’Idv. «Non regolare», l’hanno dichiarato i controllori. Secondo loro la rendicontazione di ben 89.733 euro e 99 centesimi, cioè quasi il 40 per cento dei 230.836,49 euro di fondi pubblici incassati dal gruppo dipietrista nel 2012, non può essere considerata «ammissibile». 

Per prima cosa, afferma la delibera approvatanell’adunanza del 3 aprile scorso (alla quale i responsabili del gruppo non si sono presentati), ci sono 15.894 euro di spese prive di giustificativi. Cui si devono aggiungere 73.939 euro di altre spese che i giudici incaricati dei controlli hanno ritenuto non ammissibili, pur ricordando come la legge regionale con la quale sono stati stabiliti i contributi ai gruppi consiliari molisani considera quei soldi, pensate un po’, «spendibili senza vincolo di destinazione». I magistrati argomentano che questa singolare assenza di limiti all’impiego dei denari dei contribuenti non può comunque prescindere dai «più elementari criteri di ragionevolezza»: dunque non possono essere accettabili «le spese assistite dai giustificativi» che non riguardino il gruppo, i consiglieri o il personale di supporto dello stesso gruppo. Per esempio, i denari che sono stati girati direttamente al partito. In questo caso non c’è legge regionale che tenga: il decreto ministeriale del 21 dicembre 2012 con cui è stata attuato quel giro di vite voluto dal governo Monti, lo esclude esplicitamente. Eppure di quei 230.836 euro destinati al gruppo ben 36.100 sono finiti nelle casse del partito. Prova provata che i contributi ai gruppi sono a pieno titolo una delle tante voci del finanziamento pubblico dei partiti. Il bello è che il rendiconto era stato redatto secondo le regole previste proprio da quel decreto, senza che per l’esercizio 2012 fosse ancora obbligatorio. 

Ma la Corte dei conti ha escluso dalla rendicontazioneanche un certo numero di semplici scontrini del Pagobancomat per 439 euro (che cosa era stato acquistato?), rimborsi spese per 16.408 euro a chi prestava attività volontaria, rimborsi dei pasti di oltre 1.800 euro per cui erano state presentate pezze d’appoggio illeggibili se non doppie, rimborsi di carburante al personale del gruppo mancanti dei dati sui tragitti e le auto, tre biglietti aerei emessi a favore di personale estraneo allo stesso gruppo…
Va da sé che tutto questo non sarebbe accaduto se non fossero arrivati tutti quei soldi. Perché 230.836 euro sono una cifra enorme. Considerando che il gruppo Idv era costituito da tre persone, sono 76.945 euro procapite, quasi 20 mila in più rispetto ai finanziamenti concessi ai gruppi parlamentari della Camera, pari nel 2012 a 57.539 euro per ogni eletto. Calcolando poi che fino allo scorso anno i consiglieri molisani erano 30, significa che ai gruppi politici di una Regione con circa 320 mila abitanti sono andati 2,3 milioni di euro. Una cifra senza senso.
Per inciso, di quel gruppo faceva parte anche Cristiano Di Pietro, figlio del leader del partito, approdato finalmente nella precedente tornata elettorale al consiglio regionale, dopo essere passato per il consiglio provinciale e per quello comunale. Il 2 novembre 2012, mentre infuriava lo scandalo del Lazio, dichiarava risoluto: «Dopo i tristi esempi provenienti da alcune Regioni possiamo andare controcorrente e dimostrare che non tutti i consiglieri sperperano il denaro pubblico». Faceva parte del gruppo, abbiamo detto, perché ne è uscito qualche settimana fa dopo che un candidato dell’Idv rimasto fuori dal Consiglio alle ultime elezioni ha presentato un ricorso al Tar. Lui non ha gradito e ha imboccato la porta. Uscendo dal gruppo ma non dal partito, beninteso. È soltanto emigrato al gruppo misto, che prima non esisteva. Lui l’ha costituito, ne è l’unico componente nonché il presidente: incarico, per inciso, che vale 800 euro netti in più al mese. Tanto per Di Pietro junior come per altri suoi 15 colleghi. Perché con la nascita del misto i gruppi politici della Regione Molise sono infatti diventati 16, per 21 consiglieri. In media, 1,31 per ogni gruppo. 

I PARTITI E I SINDACATI VIVONO NON DI PANE PROPRIO MA GRAZIE A MILIONI DI EURO DI CONTRIBUTI PUBBLICI. QUESTI SOLDI VENGONO GESTITI SENZA REGOLE E SENZA TRASPARENZA.. LA PETIZIONE CHE HO LANCIATO PREVEDE INVECE UN CODICE ETICO CON NUOVE REGOLE.. SE VUOI ENTRA NEL LINK CHE SOTTO HO RIVERSATO PER VEDERE IL CONTENUTO DELLA PETIZIONE E SE LO TROVERAI AFFINE AI TUOI IDEALI LO PUOI CONDIVIDERE . PUOI ANCHE TRAMITE FACEBOOK A TUO NOME INFORMARE I TUOI AMICI ONLINE.. VEDI TU.

 

PER VEDERE ED EVENTUALMENTE PERFIRMARE LA PETIZIONE DIGITA QUI-  PETIZIONE AL PARLAMENTO ITALIANO 

 

 

   
E mentre la gente si dà fuoco perché non riesce a pagare il mutuo della casa,  mentre le famiglie italiane non riescono più a comprarsi un appartamento, lo scandalo delle case degli enti concesse ai vip risuona ancora più clamoroso

 Ecco dunque alcuni figli di che hanno ottenuto casa dagli enti o dalle assicurazioni con lo sconto:

–          Le figlie di Pierferdinando Casini

–          I figli di Clemente Mastella

–          Il figlio di Vincenzo Visco

–          La figlia di Pietro Ingrao

–          Il figlio di Andreotti

–          Il figlio di Cossiga

–          Il figlio di Cossutta

Altri figli celebri hanno ottenuto case degli enti in affitto (a tariffe agevolate):

–          Il figlio dell’ex prefetto di Milano Lombardi

–          Il figlio del segretario della Cisl Bonanni

–          La figlia dell’ex assessore alla Regione Lazio Stefano Cetica

L’addio ai ricchi bilanci di Di Pietro In gioco un tesoretto di 16 milioni Stop ai rimborsi e sedi chiuse In un anno patrimonio dimezzatoultima modifica: 2013-06-09T14:12:00+00:00da mobbing21
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “L’addio ai ricchi bilanci di Di Pietro In gioco un tesoretto di 16 milioni Stop ai rimborsi e sedi chiuse In un anno patrimonio dimezzato

  1. Molto bello il blog… pero’ aspetto nuovi post, e’ da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabbe’, intanto mi iscrivo ai feed RSS, continuo a seguirvi!

I commenti sono chiusi.